La prima legge in materia risale al 1937. Oggi vige una vasta normativa europea

I PRODOTTI TIPICI ITALIANI: UNA (LUNGA) STORIA D’ECCELLENZA

 

Una volta, erano semplicemente cibo. Dal Piemonte alla Puglia, dalla Toscana alla Sicilia, i prodotti tipici italiani stavano a testimoniare la grande varietà storica, culturale e paesaggistica delle venti regioni. Oggi sono il “piatto forte” di raffinate strategie di marketing, turismo di nicchia e grandi eventi internazionali. Una storia d’eccellenza alimentare (ma anche manifatturiera, con i suoi tanti oggetti d’arte) che resta la più amata nel mondo e in grado di sposarsi con l’innovazione. Come succede con il commercio di prodotti tipici on line

La rete internet è ricchissima di informazioni sulle tante specialità enogastronomiche italiane. Quali sono, però, quelle autentiche? Il ministero delle Politiche agricole ha censito 814 certificazioni di qualità (clicca qui per sfogliare il censimento più recente, aggiornato a giugno 2017) delle quali 291 riguardano carni, formaggi, oli e prodotti della terra (Dop, Igp ed Stg) e 523 riservate a vini (Doc, Docg, Igt), che vengono realizzati secondo un disciplinare europeo, con materie prime che devono essere tracciate e con metodi tradizionali. A questi si aggiungono i prodotti agroalimentari tradizionali, che sono invece individuati su base regionale e iscritti, dopo le verifiche del ministero, in una lista che viene pubblicata sulla Gazzetta ufficiale, con la divisione per regioni e per categorie.

prodotti tipici italiani

Secondo l’ISMEA - Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, l’Italia mantiene il suo primato mondiale nel settore dei prodotti tipici, con 13 nuove registrazioni nel corso del 2016 e un valore della produzione di quasi 14 miliardi di euro (per consultare il rapporto Ismea). Oggi i produttori devono fare i conti con una normativa Ue che tutela chi acquista, anche se la contraffazione è sempre in agguato. Perfino i loghi delle certificazioni vengono falsificati, come hanno dimostrato alcune indagini di varie procure italiane, con l’intento di spacciare per Igp o Dop prodotti che in realtà non hanno alcuna garanzia di qualità, né alcun rapporto con il territorio.

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La prima normativa italiana sulle denominazioni tipiche risale al 1937 e riguarda l’uso della mannite, un lassativo naturale derivato dagli alberi di frassino. Qualche anno dopo la fine della seconda guerra mondiale, arrivano le discipline sulla margarina, le acquaviti e altri distillati (1951), mentre la distinzione tra il vermouth e altri liquori viene fatta con una legge del 1956. Due anni più tardi, ecco le norme sulle denominazioni delle varietà di riso e di risone. Nel 1962 tocca alla birra e nel 63 i mangimi. Nel 1954 il ministero dell’Agricoltura e Foreste inizia a tutelare le denominazioni di origine e tipica. Un ulteriore passo arriva con l’Accordo di Lisbona, del 1958, che stabilisce: «si considera denominazione all’origine la denominazione geografica di un paese o di una località, utilizzata per designare un prodotto che ne è originario e di cui le qualità ed i caratteri sono dovuti, esclusivamente o essenzialmente, all’ambiente geografico comprendente i fattori naturali e i fattori umani».

La cultura dei prodotti tipici italiani, tuttavia, non è frutto delle norme in materia. Ottimo strumento di tutela per chi acquista (a patto che ci siano i dovuti controlli), la cultura del prodotto tipico made in Italy è frutto della genialità, della creatività e del fiuto italiano per il bello, il buono e anche per gli affari. Tipico è il prodotto che corrisponde alla memoria storica, alla coscienza popolare, comprendendo così sia l’ambiente geografico, sia i fattori naturali e umani.

Diverso il significato di locale, termine che rimanda a un luogo, a una storia, a specifiche risorse naturali e umane; a differenza del prodotto tipico e di quello industriale, il prodotto locale non sarà mai costante.

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